Soldati

di Giopota
VIVA LA VIDA OR DEATH AND ALL HIS FRIENDS
Coldplay
Parlophone 2008
rock / pop / dream

Soldati al fronte della musica moderna. Vestiti di colore, armati di timpano, chitarra, basso e violino. Arrivano per scuotere gli animi dal piattume del mondo musicale che per la maggiore inibisce gli ascoltatori di oggi. E' una rivoluzione musicale, che parte da un punto di vista soggettivo, "noi Coldplay vogliamo rinnovarci" e si ripercuote sulle masse "voi ascoltatori ci apprezzerete dopo tale muta".
E' vero.
Premetto che sì, sono di parte. I Coldplay sono i Coldplay e la mia passione per loro subisce molto difficilmente condizionamenti negativi.
Questo disco, questo nuovo disco, ricorda i Beatles, gli U2 (ovvio e inevitabile direte voi, ma non mi pare sia un demerito, anzi) tenta di prendere un pò del nuovo indie melodico che arriva dall'Inghilterra e Nord America, ma fortunatamente, sono pur sempre ancora i Coldplay.

Sono sempre loro con i colori degli anni 60, con il drone del maestro Brian Eno e con le melodie pop impeccabili alle quali ci hanno abituato fino ad oggi.
E' stato un completo sverstirsi dal rock ulteraterreno del lavoro precedente X&Y. Una muta che vira verso un pop a tratti mistico (parte delle sessioni di registrazione avvenute in una chiesa) con una forma canzone ridotta all'essenziale, se non del tutto debellata. Insomma, non la classica raccolta di brani registrati durante 6 mesi di sessions in studio. L'album è stato concepito come un progetto univoco, non un concept, ma una concentrazione di quelle che sono state le esperienze d'innovazione per la band stessa: una crescita (non di presunzione come si temeva) che si regge sui pilastri della libertà compositiva.

Viva la Vida or Death and All His Friends sembra quasi che non riesca a contenersi, che esploda nella sua ridotta durata, una tavolozza d'innumerevoli tinte che dipinge una piccola tela eccedendo nel citazionismo, senza pretese e striature sonore, brani lunghi quanto basta, flash musicali, stumentali e canti concisi. Era questo l'intento della band, piena intensità addensata in poco più di tre quarti d'ora (13 brani camuffati in 10) e non si può certo dire che non ci siano riusciti.

Eno è presente. Un musicista che si elogia per la sua eccezionale capacità di fare giochi di prestigio con i suoni, ma che non si accusa mai per monotonia (è solo un'osservazione, personalmente non posso esprimermi dato che non mi stancherei mai di ascoltare i suoi synth fatati e onirici). E la sua mano ghermisce l'intro strumentale (strumentale? da quando i Coldplay fanno strumentali?) Life In Techinicolor e la sua reprise dal testo sublime The Escapist (ghost track), condite di un sample donato dall'apprendista del maestro Eno, Jon Hopkins. Sul piano logistico si potrebbe dire la canzone più impersonale di Chris e compagni, ma non mi sento di puntare il dito sull'invadenza dei produttori se i quattro baldi Coldplay si rifanno suonando tutti praticamente tutto, quasi sembra che non ci sia un ruolo definito per ogni membro, esperienza che si ripete più volte nel disco.
Le impronte Bono Vox, un pò country, le si notano in Cemeteries of London, non una colonna sonora di un film di Sergio Leone, eppure con un pizzico di spaghetti western, ma la cosa che più colpisce di questo brano, così come molti altri, è la sua straordinaria forza evocativa nonostante il sound lasci spiazzati dopo la lettura del titolo.
Stesso discorso per Lovers In Japan, anche questa è una composizione dal sapore folk, con l'incisivo drone di Eno a fare da sfondo a un pianoforte molto alla Seven Seas of Rhye dei Queen primi tempi, mescolato ad una sessione ritmica fortemente ispirata agli Arcade Fire più rock. Particolarità di quest'ultima canzone è la sua unione da economia di spazi insieme a Reign of Love, lenta e breve ballad sussurrata su di un pianoforte pizzicato morbido e terso, da atmosfera cavalleresca in pieno stile Love of My Life.
Lost! è tra il pop gospel (organo, palese il recording in una chiesa) e l'incedere a mo di coro da stadio, una coralità che risuona anche nell'orchestrale Viva la Vida, punto focale dell'album, tripudio di colori e gioiosità musicale, con un testo che esplica il motivo del quadro di Delacroix in copertina al digipack: "Revolutionaries wait/For my head on a silver plate/Just a puppet on a lonely string/Oh who would ever want to be king?"
Coralità anche in Death and All His Friends, breve brano, che sulle orme di Fix You esplode dopo un crescendo rapido e spiazzante, a cui spetta il ruolo da classica ballata "commozione istantanea" durante un live.
Non mancano gli esperimenti: 42 e Yes sono probabilmente i brani che più impersonificano la volontà di un album labile senza canoni fissi. La prima era stata preannunciata quasi come una suite progressive, invece suona come una canzone meno inflazionata con un intro ed un outro leggermente dark, che sicuramente si allontanano dalla parte centrale più rock in vecchio stile. Un'anima vintage che è più udibile dopo l'intro dei violini di Yes, un pò alla Velvet Underground candita da splendidi arrangiamenti d'archi tutti italiani (Davide Rossi al comando) dove la voce di Chris si tiene su toni bassi e suona limpida, potente, così come nell'atipico singolo Violet Hill, nonostante il riverbero che scuote tutta la canzone, tra potenti chitarre e presa di posizione di un Brian Eno che tiene le redini dell'atmosfera da sogno.
L'unico punto che può ricordare vecchie produzioni più rock della band è certamente la hidden track (nel bel mezzo del disco, in seguito a Yes) Chinese Sleep Chant, con schitarrate alla A Rush of Blood to the Head contornate dagli ormai consueti synth sognanti ed un testo essenziale, uno dei brani più d'atmosfera insieme all'episodio meglio riuscito dell'intera opera, Strawberry Swing: dolcissimo lento con ritmica country, un'eccezionale gioco di chitarra e delle altrettanto meravigliose carezzate d'archi.

No, non sono riuscito a trattenermi, in un modo o nell'altro ho dovuto descrivere tutto l'album. Si sono di parte, ma credo sia oggettivo che quest'album emerga e spicchi su molte altre produzioni del pop contemporaneo. Un lavoro completo, un disco vero, genuino, che nasce dalla voglia di mettersi in gioco, di rivoluzionare se stessi, pur riuscendo sempre a mantenere quella carica emotiva che da sempre rende i Coldplay una band capace di travolgere il cuore delle persone.

01. Life in Technicolor
02. Cemeteries of London
03. Lost!
04. 42
05. Lovers in Japan/Reign of Love
06. Yes/Chinese Sleep Chant
07. Viva la Vida
08. Violet Hill
09. Strawberry Swing
10. Death and All His Friends/The Escapist

domenica, 12 ottobre 2008
categoria: folk, rock, pop , dream
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L'Elettronico Ritorno

di Giopota
FLAVORS OF ENTAGLEMENT
Alanis Morissette
Maverick / Warner Bros 2008
rock / pop / synth / elettronica

Alanis Morissette ritorna reinventando se stessa, stupendo il pubblico con il quinto album d'inediti Flavors of Entaglment. Potente, moderna, emotivamente carica, non per reclamare il titolo di pioniera nella rivoluzione musicale femminista, ma decisa affinché il mondo non si dimentichi di lei dopo gli insuccessi degli ultimi lavori discografici.
Alanis compie uno, due, tre passi avanti, con l'ausilio dal grande della produzione musicale internazionale Guy Sigsworth. Enormi le aspettative.
Cosa sarebbe riuscito a tirar fuori un duo così? Un cambio di formazione dei Frou Frou? un seguito della pietra miliare che prende il nome di Details?
Ma così la collaborazione sarebbe stata troppo alla pari, si parla pur sempre di un album di Alanis Morissette, e il suo stile c'è, con dei grandi testi marchiati a fuoco su volluttuose basi elettro pop. Ma forse il difetto è proprio questo. L'album in generale da l'impressione che non sia stata data troppa libertà al lavoro del produttore Sigsworth, che per carità sarebbe giusto così, se solo Alanis avesse da dare, ad esempio, qualcosa di più che una semplice ballata melensa al pianoforte come Not As We. L'arrugginimento d'inventiva per la stesura melodica in alcuni punti del disco è evidente, In Praise of the Voulnerable Man e Incomplete sono gli esempi che più saltano all'orecchio (salvati da un egregio lavoro di post produzione tra chitarre, archi, suoni squillanti, beats synth e quant'altro), a differenza della su citata Not As We, che al di là della scelta fuori luogo nel dare un'impronta intimista in un contesto così forte e innovativo mantiene una lodevole linea melodica in pieno stile Morissette.
Alcuni brani sono portati anche a scadere nella monotonia ad esempio Torch, o la bonus track Madness, ma anche in questo caso la mano di zio Sigsworth è capace di prendere e posizionare questi difetti in secondo piano, con delle scelte sonore che comprendono lavoro acustico manuale fuso con l'elettronica, in un connubio perfetto.
Ma lasciandoci alla spalle i tanti alti e bassi elencati c'è da dire che in generale il lavoro è sufficentemente accetabile (anche se a mio parere alcune bonus track avrebbero meritato il posizionamento in a-side), mantiene molti pregi se si prendono in considerazione le singole canzoni.
Uno dei pezzi forti del disco è sicuramente l'opening track Citizen of the Planet: sonorità etniche (tanto care ad Alanis) che accompagnano i chitarroni elettrici torturati con violenza, ottimamente equalizzati per far si che il brano sia incisivamente rock, il tutto valorizzato da eccezionali interventi d'archi.
Sul discorso archi c'è da aprire una parentesi per lodare l'ottimo lavoro svolto da tale Fiora Cutler, il loro intervento completa le canzoni portandole ad altissimi livelli melodici, del resto l'utilizzo di questi strumenti è una prerogativa del made in Sigsworth.
Tornando al discorso dell'ottima ripresa del rock, che si era ormai assopito dalle lontane prime produzioni discografiche, è necessario citare Version of Violence, un pò una sorella del primo brano del disco, ma con maggiore elettronica impregnata di un'atmosfera gotica in un perfetto connubio con un synth ancora più ricercato a contrapporsi al sound rock in una ricerca di qualcosa più dance. Straitjacket, Giggling Again for No Reason e The Guy Who Leaves sono gli esempi di questo stile estremamente pop da singolo radiofonico, che nonostante tutto non disturbano nel complesso.
Moratorium, la b-side 20/20 ed il singolo Underneath sono i brani che più facilmente si possono associare al duo Sigsworth/Heap, le prime due ricordano molto la struttura di Psychobabble tra campane synth e animati archi, sicuramente i pezzi di miglior fattura, mentre la terza è un perfetto singolo alla It's Good to Be In Love, estremamente adatto per il lancio. Infine, non si può restare indifferenti all'epicità di canzoni come Tapes e Limbo No More, o allo spensierato teen pop di On the Tequila che ben riesce nell'intento di divertire.

E' vero, le aspettative erano grandi, pensavo a qualcosa di più corposo, omogeneo, e da come si è potuto notare ho citato molte canzoni che non sono contenute nell'edizione standard, proprio perché in quel caso l'album suona incompleto (appunto) con probabilmente un concept dal punto di vista dei testi che ha un inizio ed una fine, ma musicalmente non sazia, ma almeno si apprezza la generosità nel diffondere tutti gli (ottimi) scarti per vie traverse.
Ad ogni modo con questo ritorno sulle scene di Alanis ha fatto parlare di se, deludendo i vecchi fan e acquistandone di nuovi, probabilmente non riuscendo a pieno nello sfruttare tutte le potenzialità che c'erano di fondo.

Mi astengo nell'esprimermi sull'artwork.

01. Citizen of the Planet
02. Underneath
03. Straitjacket
04. Versions of Violence
05. Not As We
06. In Praise of the Voulnerable Man
07. Moratorium
08. Torch
09. Giggling Again for No Reason
10. Tapes
11. Incomplete

12. Orchid
13. The Guy Who Leaves
14. Madness
15. Limbo No More
16. On the Tequila

sabato, 19 luglio 2008
categoria: elettronica, rock, pop , synth
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It's Britney Bitch

di Giopota
BLACKOUT
Britney Spears
Jive Records 2007
pop / dance / synth

E chi se lo aspettava.
No no, non "chi se lo aspettava un album così"... chi si aspettava che l'avrei rivalutato. Non è completa merda come avevo decretato dopo 2 ascolti.
Mi aspettavo un album che confermasse quanto fosse un'icona decaduta, eppure anche stavolta, si è stati capaci di creare un lavoro di ottima fattura, per quanto dia l'impressione di un progetto messo impiedi quasi per noia a voler incrementare ancor di più il fatturato della casa discografica giusto perché era arrivato il momento di tornare a sfruttare quella macchina sputa denaro che è Britney Spears.
Nonostante tutto, fondamentalmente ci si trova davanti ad un lavoro di produzione coi controcazzi.
Non c'è nulla di campato in aria come temevo sarebbe successo, anzi probabilmente il precedente In the Zone aveva molte più pecche se presi i brani singolarmente, a differenza di questo Blackout che nell'insieme risulta un buon disco pop, godibile dall'inizio alla fine.
Poco apprezzabile è la differenza di management con l'album predecessore che stava nel tentativo di Britney prendere le redini qua e la mettendoci un pò di suo in qualche canzone. Stavolta invece tutto è affidato a dei grandi del pop d'oltreoceano, Kara DioGuardi, Danja, Bloodshy & Avant e molti altri, radunati in uno squadrone per la stesura di quello che sarebbe dovuto poi essere (ed è stato) un successo commerciale, nel quale si è riusciti a tirare fuori un sound univoco ed omogeneo per queste 12 tracce con un ché di trash ormai sorpassato riportato in auge da reinvenzioni sonore, distorsioni, percussioni buzz e sintetizzatori a palla, senza nessuna ballata per addolcire il minestrone, un giro completo di synth pop per quasi 44 minuti di fila.

L'album è catchy, innegabilmente. Partendo dal singolo tormentone Gimme More (si pensi che al suo posto sarebbe potuta esserci Umbrella, dato che venne scritta per Britney e non per la collega Rihanna). Repliche ben riuscite di Gimme More sono Get Naked (I Got a Plan) e Perfet Lover, un trittico che sul palco di utopico show andrebbe alla grande. Si entra nel pieno del trash già dalla seconda traccia e singolo Piece of Me, con uno dei pochi testi dell'album che va oltre la descrizione di un rimorchio in discoteca: critica cinica agli episodi mediatici con la showgirl protagonista nel periodo post The Onyx Hotel Tour fino ad oggi, condita di souni osceni e cori della collega svedese Robyn.
Nuovi tentativi di replicare il successo di Toxic da parte degli stessi produttori con Radar, sicuramente con minore impatto ma funzionante come futuro singolo.
Uno dei brani più interessanti ed ottimo esperimento minimal simil a capella è Freakshow (unica traccia dove compare nei crediti il nome Spears) seguito da pezzi più giocosi, spensierati ed estremamente gay, tutte canzoni con motivetto contagioso, fin troppo contagioso, tali Toy Soldier, Hot as Ice e Ooh Ooh Baby (con quel suo giretto di chitarra...)
Degno di lode è il sound revival di Heaven on Earth, con ottimi synth ad emulare sonorità 80's, nulla di originale ma molto apprezzabile l'ottimo lavoro di computer. Per concludere non si può non citare il pezzo forte e poco valorizzato singolo Break the Ice, con riff elettro tastierato a mò di coro da stadio e ritornello auto citazione ad I'm a Slave 4 U. Unico neo probabilmente è il brano conclusivo del disco Why Should I Be Sad? bel titolo, bel testo, scarsa produzione, ma è risaputo che Pharell (The Neptunes) non mi è mai andato a genio come produttore.

Quindi addio teen pop dei primi album, arrivederci (si spera) al sound etnico orientaleggiante e produzioni in mano a Moby e Guy Sigsworth di In the Zone e benvenuta Britney trash, peggio di così non potevi fare. Peggio in senso buono.
Ma pensandoci bene sull'artwork davvero non potevi fare di peggio, stavolta in senso negativo.

01. Gimme More
02. Piece of Me
03. Radar
04. Break the Ice
05. Heaven on Earth
06. Get Naked (I Got a Plan)
07. Freakshow
08. Toy Soldier
09. Hot as Ice
10. Ooh Ooh Baby
11. Perfect Lover
12. Why Should I Be Sad?


venerdì, 18 luglio 2008
categoria: pop , dance, synth
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Nel Bosco di Alison

di Giopota
SEVENTH TREE
Goldfrapp
Mute Records 2008
pop / ambient / dream

Alison è da sola nel suo bosco, indossa un abito cangiante. Ora è un clown ora arlecchino, ora una dama bianca tra le foglie autunnali. E' questa la prima immagine che il binomio dello splendido artwork (concepito dalla stessa Alison) / Clowns, apripista del quarto lavoro discografico dei Goldfrapp, evoca nella mente dell'ascoltatore. Straordinariamente figurativa, questa musica irradia sole caldo, morbido, che accarezza il volto insieme ad una brezza pomeridiana.

Questo è Seventh Tree, un ritorno ad una delicatezza sonora dopo i ritmi di un pop spudoratamente glitch dei due album che hanno seguito il debutto discografico Felt Mountain. Un nuova scalata su quella montagna di feltro: voce ovattata e candida su melodie intimiste, tocchi da soundtrack, sonorità acustiche ben miscelate con un saggio utilizzo di tastiere da parte di Will Gregory che poco invadono e molto implementano quell'atmosfera soffusa, eterea e magica: chitarre, sezione d'archi, fiati, campionamenti d'arpa, coro. Ne scaturisce un sound omogeneo da tutti questi elementi che si fondono per dare vita a 10 brani, dai più introversi ai più scanzonati, dato che no, non è un album di sole ballate.
l'inattesa svolta del duo inglese è stata anticipata dall'impatto sbalorditivo del singolo di lancio A&E, una ballata catchy di un pop quasi new age (sopratutto nel bridge), che seppur molto radiofonico, è uno dei brani che meglio rappresenta il mood dell'intera opera.

I singoli Happiness e Caravan Girl sono composizioni hippie, gioiose, la prima, quasi circenze, tra percussioni saltellanti (non a caso) flauti e cori, la seconda in un infuso misto tra rock e primo pop anni 60, apparentemente in contrasto con il concept sonoro, eppure così come ogni pezzo del disco, esplodono di colore. Del resto, il fattore figurativo dei brani è il minimo comune denominatore che rende compatto il progetto.
Eccelente è la deliactezza di canzoni come Clown, in cui Alison canta flebilmente accompagnata da una chitarra acustica e dilatazioni sonore che si espandono su di un ritornello senza testo, o Road to Somewhere, che si tiene su livelli melodici elevatissimi, sample d'arpa, chitarra indiana e angelici echi nel ritornello, brano in cui il fattore sogno è più che presente sia sul piano uditivo che nel testo.
Proseguendo la passeggiata nel bosco ci s'imbatte in brani sofferti ad impatto ostico come Eat Yourself caratterizzata da notevoli falsetti, acuti e cullanti arpeggi di chitarra.
Ma l'album raggiunge sicuramente il suo apice nei delicati barocchismi pop di Some People e Cologne Cerrone Houdini, di un sapore da musica da camera in cui gli altalenanti splendidi arrangiamenti d'archi ne fanno da colonna portante; e infine Little Bird, brano caratterizzato da suoni fluttuanti e che si tessono su delicati archi, in un susseguo di tanti piccoli crescendo, per sfociare in un finale estatico, magico.
La voce di Alison è magica.
E così sulla conclusiva Monster Love, in continuo crescendo fino a non espoledere mai definitivamente, si evidenzia la grande capacità di Alison nel saper incantare, non sono con un'affascinante interpretazione ed impronta vocale, ma anche per la scelta di arrangiamenti chiave, che fanno di questo disco un mondo, o per meglio dire un bosco che si tiene distante dalle contaminazioni di un mercato musicale che segue una direzione opposta, direzione in cui gli stessi Goldfrapp erano orientati prima d'imbattersi nel Settimo Albero.

01. Clowns
02. Little Bird
03. Happiness
04. Road to Somewhere
05. Eat Yourself
06. Some People
07. A&E
08. Cologne Cerrone Houdini
09. Caravan Girl
10. Monster Love

venerdì, 27 giugno 2008
categoria: pop , dream, ambient
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Scongelamento Effettuato

di Nite92
MTV STORYTELLERS
Bluvertigo
Sony Bmg 2008
synth / pop / elettronica / live

7 lunghi anni separano i Bluvertigo che suonarono nel 2001 ‘L’Assenzio’ sul palco dell’Ariston da i Bluvertigo che troviamo ora sul palco, piuttosto intimo, di MTV Storyellers (viene ribadito più volte il grande ruolo che ha avuto in questi anni la rete televisiva in qualità di ‘corresponsabile’ alla reunion come ha voluto sottolineare chiaramente Morgan).

7 lunghi anni di ‘congelamento’ (Morgan: “una band quando si congela non si scioglie mai”) nei quali i quattro componenti vertighiani hanno intrapreso strade sconnesse tra loro e che mai avrebbero potuto immaginare prima, tra queste la pittura (i quadri “tamarri” del poliedrico Andy la dicono lunga…), la composizione di colonne sonore e, ovviamente, alcuni episodi da solisti che mai potrebbero mancare nella storia di un gruppo che si rispetti.

4 personalità così diverse e così impercettibilmente modellate dal tempo e quasi da un’oscura forza dell’abitudine che ha plasmato un dipinto netto riguardo all’essenza dei Bluvertigo. Il loro sound è ormai un marchio di fabbrica nelle produzioni e non manca di manifestarsi a gran voce durante questa incantevole esibizione.

Allegato a questo CD viene anche pubblicato un DVD con le riprese del concerto integrale e l’intervista della giornalista musicale Paola Maugeri (alla quale va una gran lode), ebbene nel live si riesce a palpare questa irrefrenabile voglia di suonare, di creare soprattutto che caratterizzavano già allora i primissimi concerti.
Questo è un elemento che troviamo categoricamente; la lotta contro la schematicità dei suoni e del live, lo stravolgimento degli arrangiamenti, a volte drastico altre meno, e il grande coinvolgimento del pubblico da parte del carismatico Marco ‘Morgan’ Castoldi che riesce ad interpretare quasi teatralmente ogni brano: stupenda è la falsità che riesce a indurre nel brano condanna all’ipocrisia musico-testuale ‘Iodio’ ("si deve sempre per forza parlare d’amore? / bisogna sempre per forza far nascere il sole?") e durante So-Low (L’Eremita) dove il personaggio si autodiscrimina dagli schemi concettuali della persona-per-bene, con l’ausilio di martellanti accordi acuti che rendono l’atmosfera molto dura ed ostile.

Nonostante il live si apra con il loro ultimo grande singolo di successo della ormai ben nota Trilogia Chimica (Acidi & Basi, Metallo non Metallo, Zero) Sono=Sono i brani rappresentativi del gruppo milanese sono ben altri, e non si guardi nemmeno a Cieli Neri un’ottima ballad che però appartiene in gran parte allo stile che Morgan seguirà per i suoi album solisti. Si veda piuttosto sotto la voce Sovrappensiero con le incantevoli incursioni a sorpresa di Sax di Andy o Zero dove l’estro del signor Carnevale (Sergio, ndr.) viene concretizzato in ogni singola martellante battuta di Batteria Elettronica, o ancora La Crisi dove le abilità di Livio Magnini (definite da Morgan l’ incontro esatto tra il chitarrismo elettronico e quello blues) sono a servizio di liriche non troppo sognanti ("Sto vivendo una crisi / e una crisi c’è sempre ogni volta / che qualcosa non va").
Un episodio notevole e molto interessante è Complicità; nient’altro che una cover in italiano del non troppo noto brano dei Depeche Mode (gruppo al quale i Bluvertigo sono stati troppo spesso accostati) Here is the House dal leggendario LP Black Celebration, riadattato con un testo veramente degno di nota: struggente e sentito che non troppo si distacca da quello che era il tema principale trattato da Dave Gahan nella composizione originale.

Anonima e senza grandi lodi Troppe Emozioni della quale rimane un grande punto interrogativo sul perché sia stata inserita in una scaletta così importante.
A chiudere la serata ed il disco spetta rispettivamente al singolo rilanciato in occasione della reuonion, Altre Forme di Vita, sempre molto apprezzata dal pubblico e chiusa difatti da un coro generale di ritornelli, ed, a colpi di xilofono, ad I Still Love You: una dichiarazione particolare dell’imbarazzo, a volte dell’indifferenza, della gente e tra i diversi sessi nei rapporti sociali, con un grande inciso ("Siamo tutti più freddi di quanto sembriamo / Siamo molto più insensibili di quanto crediamo") mai suonata prima live.
Un grande inchino in avanti, uno di schiena come si usava ai tempi andati, un forte e vero abbraccio e il sipario cala (questa volta solo nel senso concreto della parola) su uno dei gruppi che tanto ha dato e tanto ancora dovrà dare al synth-pop italiano.

01. Sono=Sono
02. L’Assenzio
03. Troppe Emozioni
04. Sovrappensiero
05. So-Low (L’Eremita)
06. Cieli Neri
07. Zero
08. Complicità
09. Iodio
10. La Crisi
11. Altre Forme di Vita
12. I Still Love You

giovedì, 26 giugno 2008
categoria: live, elettronica, pop , synth
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Alla Ricerca della Conoscenza Assoluta

di Nite92
L'ERA DEL CINGHIALE BIANCO
Franco Battiato
Emi 1979
advantgarde / pop / world

Questo si che è un album particolare...

Anche da un ascolto sommario si riesce ad avvertire quel retrogusto di sabbia e palme orientali che tanto sono care al Maestro; l’era del cinghiale bianco, presso gli antichi Celti, popoli che dominarono l’Europa preromana, stava a significare la stagione della Conoscenza Assoluta. Frutto di sperimentazioni e ricerche durate sette anni, viaggiando nei suoni orientali. Vengono somministrati all’ascoltatore momenti di magico e quasi soprannaturale misticismo. Battiato ci regala sette perle di saggezza ancestrale in chiave pop melodico che potrebbe risultare banale 'musica leggera' ai più, mentre in L'Era del Cinghiale Bianco, proprio dietro a quelle sonorità si celano riff e sviolinate artisticamente azzeccatissime che contribuiscono alla creazione di un clima inconfondibile, presente in tutta l’opera.

Music Shop è una descrizione, ad avviso strettamente personale, satiricamente geniale, dell'unione sacro/profano dei nostri giorni  ("La Falce non fa più pensare al grano, i Budda vanno sopra i comodini, carine le Piramidi d'Egitto, Supermercati coi reparti sacri che vendono gli incensi di Dior, rubriche aperte sui peli del Papa...") e rappresenta comunque una critica al modo di pensare consumistico del giorno d'oggi d'allora (1979) che resta, ahinoi, ancora attuale. Nel frenetico e travolgente ritmo di Strade dell'Est il cantautore siciliano vuole trasportare l'ascoltatore attraverso quelle vie orientali pervase dall'incanto e da incensi profumati; descrive quel che vede in maniera semplicistica, senza curare i dettagli seguendo quella vena futurista che ritroviamo in molte delle sue creazioni (tutto sembrerà più chiaro all’ascolto de La Voce del Padrone).

Luna Indiana è un piacevole intermezzo di duo pianistico che scorre velocemente e piacevolmente senza intaccare quel clima mistico secondo il quale tutte le tracce sono collegate. Le note di pianoforte ci traghettano verso Il Re del Mondo, un personaggio che i filosfi credano risiedesse in prossimità del Tibet, nella terra inviolata di Agharti, ma tutto ciò non viene citato nella canzone che invece è l'unica nel quale il sentimento di calma e la sensazione di felicità vengono paradossalmente a mancare, senza tramutarsi, però, in tragedia ("E sulle biciclette verso casa / la vita ci sfiorò / ma il Re del Mondo / ci tiene prigioniero il cuore"). Pasqua Etiope resta come sempre nel clima del lavoro e vede il cantante declamare preghiere in latino e greco su ritmi orientali creando un effetto quasi soporifero ma piacevolmente intelligente che, per quanto strana come creazione, in un disco come L'Era del Cinghiale Bianco ci può star tutta.
Si giunge infine, all'ultima perla romantica del disco, la nota Stranezza d'Amuri,  il racconto della scoperta dell'amore da parte di un giovane; il tutto rigorosamente in dialetto siciliano (non a caso la cantantessa ne farà una cover nel cd tributo al Maestro Voli Imprevedibili), che si aggiudica il posto della classica ballads romantica, che senza distaccarsi troppo dallo stile del disco, non può certo mancare in un disco di Battiato.

Battiato riesce quindi a conservare quel concetto di musica saggia di cui tanto si parlerà senza distaccarsi dai suoi intenti musicali e senza rinunciare alle sue continue sperimentazioni che da Fetus arrivano a Il Vuoto (ultimo album pubblicato, 2007 ndr.) senza mai mostrare nessuna sorta di impantanamento musicale. Davvero un grande merito che a pochi si confà.

01. L'Era del Cinghiale Bianco
02. Magic Shop
03. Strade dell'Est
04. Luna Indiana
05. Il Re del Mondo
06. Pasqua Etiope
07. Stranizza d'Amuri

lunedì, 23 giugno 2008
categoria: world, pop , advantgarde
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Un magico viaggio verso l'Islanda

di Cloud00
MEÐ SUÐ Í EYRUM VIÐ SPILUM ENDALAUST
Sigur Rós
XL Recordings 2008
post rock / folk / dream

Dopo l'allegro e festoso album Takk... e la raccolta di brani riarrangiati Heim/Hvarf, la band islandese Sigur Rós pubblica il suo nuovo album, Með suð í eyrum við spilum endalaust (con un ronzio nelle orecchie noi suoniamo all'infinito) titolo suggestivo associato ad una cover atipica per i canoni del gruppo (foto realizzata da Ryan Mcginley).

Il disco si apre con Gobbledigook, primo singolo dell'album accompagnato da percussioni tribali e che immerge l'ascoltatore in un atmosfera selvaggia e sognante. E' una traccia piuttosto breve (3 minuti) ma tuttavia colpisce al primo impatto e quindi più che adatta come singolo di lancio.
Si prosegue con Inní mér syngur vitleysingur, gioiosa e orecchiabile che quasi sembra un outtake di Takk... trombe squillanti e batterie vivaci accompagnano il brano, nulla di nuovo quindi, anche se in ogni caso si tratta di una canzone di buona fattura. Góðan daginn ci riporta un po' indietro, ricordando il brano e un po' in generale l'album Ágætis byrjun, con in primo piano il suono della chitarra classica e di sottofondo l'ormai inconfondibile suono dell'arco di violino sulla chitarra elettrica, metodo originale del cantante Jònsi di suonare lo strumento; una traccia dilatata che ci culla piacevolmente fra le sue note.
Arriviamo dunque alla prima metà della title track, Við spilum endalaust, vivace pezzo che, nonostante richiami nuovamente l'album Takk... , risulta essere una delle migliori tracce del disco: cattura l'ascoltatore con la sua straordinaria musicalità, e la voce di Jònsi giunge limpida e forte.
Festival: la prima traccia più cupa, non tra i brani più riusciti di quest'album, poiché nei suoi quasi 9 min e mezzo di durata, risulta a lungo andare, noiosa e ripetitiva; la quasi totale assenza di strumenti in ¾ di brano pesa enormemente, annoiando e distraendo l'ascoltatore; il brano si risolleva leggermente  verso la sua conclusione, con il risveglio degli strumenti rimasti "appisolati" durante buona parte del brano ed esplodendo in un finale più incisivo.
Suð í eyrum (seconda parte della title track) è una traccia senza lode né infamia, sa di già sentito, carina ma nulla di significativo.
Arriva Ára bátur, traccia introdotta dalla voce di Jònsi e dal piano, che si evolve in maniera simile a Festival, ma che tuttavia risulta più riuscita; commovente e trascinante, la malinconia impregnata in questa traccia ci lascia col fiato sospeso e, al contrario di Festival, non pesa la poca strumentalità, anzi gioca un ruolo importante per la mestizia del brano. L'introduzione dell'orchestra a fine brano stupisce (oltre 90 strumenti suonano contemporaneamente in questa parte) e ammalia, lasciando concludere il brano in epica monumentalità.
Illgresi è una traccia chitarra e voce poco entusiasmante. Anzi, lascia piuttosto delusi, dopo il pomposo finale di Ára bátur, forse, ci si aspettava che l'album prendesse una svolta più orchestrale, ma forse è la già data eccessiva malinconia presente nella traccia precedente che comincia a saturare.
Fljótavík può ricordare l'album ( ) per i suoi picchi angosciosi, ma strumentalmente è un passo avanti rispetto a Illgresi, fin troppo semplicistica e ripetitiva.
Anche nell'intermezzo strumentale Straumnes i richiami ad ( ) (in particolar modo ad Untitled#1 ) sono evidenti. Questa traccia apre la strada all'outro dell'album: All Alright, brano cantato in inglese (novità per il leader Jònsi, la cui unica lingua esistente con la quale ha cantato è stata l'islandese).
Nonostante la non perfetta pronuncia (non sono riuscito bene ad individuare il testo di questa canzone) questo brano funge da buon brano conclusivo a quest'album, che purtroppo risulta essere il meno entusiasmante della band islandese finora.

Il problema principale risiede nell'estrema brevità delle tracce (la maggior parte durano 3/4 min, cosa più che atipica per i Sigur Ròs!) e quindi nel sintetizzare delle idee in fondo buone in modo confusionario e non ben chiaro, ripescando elementi dal passato ma non fondendoli con successo nei nuovi brani. In alcune tracce (Suð í eyrum, Illgresi) di conseguenza la parte strumentale risulta fin troppo trascurata,dando vita a musicalità già trite e ritrite.

Ad ogni modo, Með suð í eyrum við spilum endalaust ha alcune note di merito, seppur non presentando nulla di innovativo, al contrario dei precedenti album con cui ci hanno sempre sorpreso, cambiando sempre rotta e intraprendendo nuove strade, risulta essere un album sufficiente, con i suoi picchi così come i suoi momenti bassi.

01. Gobbledigook
02. Inní mér syngur vitleysingur
03. Góðan daginn
04. Við spilum endalaust
05. Festival
06. Suð í eyrum
07. Ára bátur
08. Illgresi
09. Fljótavík
10. Straumnes
11. All Alright


domenica, 22 giugno 2008
categoria: post rock, folk, dream
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Indigestion Galore

di Giopota
HARD CANDY
Madonna
Warner 2008
pop

Wikipedia c'informa che:

* Hard Candy è un album del 2002 dei Counting Crows
* Hard Candy è un film del 2005 diretto da David Slade
* Hard Candy è una compagnia cosmetica statunitense fondata nel 1995


E per nostra sfortuna, è anche un album di Madonna pubblicato nel 2008.
Una caramella dura da masticare e anche da digerire questo nuovo (undicesimo) lavoro discografico della signora Ciccone che, tanto per citare un amico, a questo giro fa flop.
Molte erano le aspettative, di scettici e non, di certo se ne è parlato a lungo, ed ora che è finalmente stato pubblicato, Hard Candy si rivela per quello che era stato preannunciato, un disco che fa eco al genere che va tanto forte in oltreoceano, che tenta di far riacquistare alla showoman fiducia in patria, ma che rischia di farle perdere credibilità dai simpatizzanti europei. I fan, beh, quelli rimarranno fedeli discepoli incondizionatamente.

Quattro minuti per salvare il mondo e, al secondo ascolto, per rendersi conto che il singolo di lancio è probabilmente la traccia meglio riuscita (e più impersonale) insieme a poche altre; Give It 2 Me, che irrompe con ritmo incalzante e sonorità anni 70, e i saliscendi di Heartbeat sono potenziali evoluzioni del sound da Confessions ma che scade in arrangiamenti deludenti di chi non sa muoversi con forte efficacia nel campo dell'elettronica e dei sintetizzatori, nonostante la linea melodica tende ad offuscare le svogliatezze (o incapacità?) di produzione. Altro brano da salvare è Miles Away, mix tra vinile dance e ballata country downtempo in pieno stile Madonna a livello melodico / compositivo.
A parte la tabureggiante noia dell'intro-track Candy Shop, la prima parte del disco e il funky di Beat Goes On (con rappata risparmiabile di Kanye West), possono essere accolti senza storcere troppo il naso, dandogli la sola colpa di essere contentuti nell'album successore di Confessions On a Dance Floor, un capolavoro del pop contemporaneo difficilmente eguagliabile (eppure Darren Hayes c'è riuscito).
E' già dalla traccia numero 6 che l'album perde colpi, uno dietro l'altro. She's Not Me e Incredible: esperimenti pretenziosi mal riusciti, con una buona apprezzabile intenzione di fondo nel voler dare un'impronta più "progressive" con cambi di ritmiche e melodie, ma il risultato finale genera perplessità dato il sound scialbo e quei mix sonori quasi a voler dare l'impressione di essere stati messi lì per caso, con fastidiose invasioni da parte del produttore che, si sa, sono una prerogativa del genere urban (è così che tutti lo definiscono). Anche Dance 2night, 5 minuti di palese produzione Timberlake/Timbaland da noia immediata.
Ovvia l'ironia di Spanish Lessons, che per quanto lo spanglish c'invogli a far prendere il brano con leggerezza, non si può sorvolare sul testo insostenibile con delle schitarrate "troppo ispirate" al progetto N.E.R.D. del signor Pharrell.
Inutile far notare l'autoplagio della traccia pre conclusiva Devil Woundn't Recognize You, riconoscibile dalle prime note la stesura musicale di Justin Timberlake. Ne viene fuori un frankestein di Cry Me a River e What Goes Around... Comes Around con produzione poco ispirata. E' vero che si può sempre fare di meglio, ma in questo caso era particolarmente richiesto. Non c'è dubbio però, che come singolo scalerebbe le classifiche senza alcuna fatica per via dell'immediatezza radiofonica.

C'è chi dice che quest'album faccia schifo perché la produzione è affidata a personaggi mai come ora inflazionati, Timbaland e Pharrell, ma sono del parere che collaborare con produttori famosi non ne faccia necessariamente conseguire un lavoro che sia sinonimo di bassa qualità. In questo caso invece sembra che si sia voluto strafare, tentare di rinnovarsi ed emergere senza riuscirci nel modo giusto, questa è la pecca di un album che non è all'altezza del nome di chi l'ha partorito. Ma è risaputo che questo è il più evidente punto a sfavore del lato artistico di Madonna.
E così, sui rintocchi di campana della conclusiva, pseudo orchestrale e incontestualizzabile Voices non ci resta da dire che un deluso e rassegnato amen, sarà per la prossima.

01. Candy Shop
02. 4 Minutes
03. Give It 2 Me
04. Heartbeat
05. Miles Away
06. She's Not Me
07. Incredible
08. Beat Goes On
09. Dance 2night
10. Spanish Lesson
11. Devil Wouldn't Recognize You
12. Voices

sabato, 21 giugno 2008
categoria: pop
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Psichedelie Color Fucsia

di Giopota
PSYCHODELICE
MEG
Multiformis 2008
pop / synth / dance

Quando Meg scriveva sul suo blog in studio riguardo un nuovo brano per il quale non trovava il sound giusto, non mi sarei mai aspettato che Distante sarebbe diventata una hit radiofonica, al pari di una Baby Beatbox del progetto Stylophonic. Conoscendo lei, si sarebbe detta una ballatona tutta archi e suoni eterei. Ma è evidente che in quest'occasione la ex 99 Posse si è imposta di mettere da parte mandolini e tamburelli per farcire Psychodelice, il nuovo disco, di synth e distorsioni elettroniche. Poco spazio per l'acustica: È Troppo Facile c'illude che una vera arpa suoni da riff per tutto un brano contraddicendo il volere di "durezza musicale" dell'artista, per un richiamo all'essenza melodica del suo classico stile, seppure annullato dal largo uso di sintetizzatori. Come terza traccia ci si aspetta un passo avanti all'elettronica dance così come il disco prometteva in partenza. E invece Succhio Luce insieme al brano precedente segna il decollo soft di un disco che vola tra psichedelie e ostiche trovate sonore. Segue l'inno synth-pop per Napoli che non manca mai nelle produzioni made in Multiformis (label creato dalla stessa Meg) forse uno dei brani meglio riusciti dell'intero disco, tra ottime soluzioni ritmiche e meravigliati elementi onirici, campanelle in sottofondo a dura e pura elettronica. Pandora che i più ostinati a voler trovare una similitudine con la ormai in decadenza Björk non ci penseranno due volte a decretare un'ispirazione al medúlliano, condito da un testo ermetico oscuro, così come in tutti gli altri brani dell'album, che non hanno nulla che vedere con le poesie/filastrocche/favole figurative e romantiche del primo lavoro discografico solista.

Impossibile Trasmissione è stata scritta dalle due sorelle di Maria, rimaneggiata da Stefano Fontana in chiave funk, tra fasulli battiti di mani e indefiniti rumori da Logic (software musicale a me sconosciuto). Di certo uno degli episodi più rappresentativi dell'intero album, che anticipa la lunga parentesi anglofona del disco: Laptop Love, brano che cresce e si sviluppa sulla ripetizione ossessiva di un testo povero ma efficace, dove per una volta in tutta la produzione dei veri strumenti musicali, tromboni, suonano arricchendo il brano con gusto aspro, di chi si illude che l'amore possa andare oltre lo schermo. Senza interruzioni esplode Promises traccia funky dove la Meg di un'orchestrale Simbiosi è solo un lontano ricordo. Il disco raggiunge l'apice del potenziale elettronico con Running Fast, intermezzo psichedelico, tripudio di sfrecciate synth e distorsioni vocali, flash del tragico episodio di cronaca legato al G8 di Genova.
Il disco va concludendosi in 8 minuti di sonagli e campane sintetizzate, che chi è avezzo alle grandi chiese barocche della capitale partenopea non troverà difficile rievocare tali atmosfere mistiche, tra l'oro scintillante e la luce che illumina gli eccessi decorativi.
Permesso? è forse il brano più amaro (ed evocativo) di un album dove la decantata delizia, se non sonora,  dell'artowork
viene messa da parte: pull-pack in tinta fucsia e booklet new rave anni 80, estremamente catchy per i facili spendaccioni musicali (sento di amare profondamente Umberto Nicoletti).

Quello che inoltre differenzia questo lavoro con il disco precedente, è un cambiamento radicale di tematiche. Dieci canzoni ermetiche, che guardano dentro, riflessive e personali, nei quali testi è facile potersi riconoscere, il sottoscritto assicura e conferma.
Un disco che parla d'amore seguendo rotte insolite per la descrizione di certi argomenti, e questo è ciò che più si apprezza di un album ispirato dai sentimenti più classici.
Insomma, pare proprio che Meg sia piacevolmente riuscita nell'intento di cambiare direzione, senza soffermarsi sulla melodia folkloristica che scorre nel suo sangue, reinventandosi e dando un'impronta unica alla sua musica. Inutile stare lì a combattere con i superficiali che continueranno ad accostarla a Björk.

01. Distante
02. È Troppo Facile
03. Succhio Luce
04. Napoli Città Aperta
05. Pandora
06. Impossibile Trasmissione
07. Laptop Love
08. Promises
09. Running Fast
10. Permesso?

giovedì, 19 giugno 2008
categoria: pop , dance, synth
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