Soldati
di Giopota
VIVA LA VIDA OR DEATH AND ALL HIS FRIENDS
Coldplay
Parlophone 2008
rock / pop / dream
Soldati al fronte della musica moderna. Vestiti di colore, armati di timpano, chitarra, basso e violino. Arrivano per scuotere gli animi dal piattume del mondo musicale che per la maggiore inibisce gli ascoltatori di oggi. E' una rivoluzione musicale, che parte da un punto di vista soggettivo, "noi Coldplay vogliamo rinnovarci" e si ripercuote sulle masse "voi ascoltatori ci apprezzerete dopo tale muta".
E' vero.
Premetto che sì, sono di parte. I Coldplay sono i Coldplay e la mia passione per loro subisce molto difficilmente condizionamenti negativi.
Questo disco, questo nuovo disco, ricorda i Beatles, gli U2 (ovvio e inevitabile direte voi, ma non mi pare sia un demerito, anzi) tenta di prendere un pò del nuovo indie melodico che arriva dall'Inghilterra e Nord America, ma fortunatamente, sono pur sempre ancora i Coldplay.
Sono sempre loro con i colori degli anni 60, con il drone del maestro Brian Eno e con le melodie pop impeccabili alle quali ci hanno abituato fino ad oggi.
E' stato un completo sverstirsi dal rock ulteraterreno del lavoro precedente X&Y. Una muta che vira verso un pop a tratti mistico (parte delle sessioni di registrazione avvenute in una chiesa) con una forma canzone ridotta all'essenziale, se non del tutto debellata. Insomma, non la classica raccolta di brani registrati durante 6 mesi di sessions in studio. L'album è stato concepito come un progetto univoco, non un concept, ma una concentrazione di quelle che sono state le esperienze d'innovazione per la band stessa: una crescita (non di presunzione come si temeva) che si regge sui pilastri della libertà compositiva.
Viva la Vida or Death and All His Friends sembra quasi che non riesca a contenersi, che esploda nella sua ridotta durata, una tavolozza d'innumerevoli tinte che dipinge una piccola tela eccedendo nel citazionismo, senza pretese e striature sonore, brani lunghi quanto basta, flash musicali, stumentali e canti concisi. Era questo l'intento della band, piena intensità addensata in poco più di tre quarti d'ora (13 brani camuffati in 10) e non si può certo dire che non ci siano riusciti.
Eno è presente. Un musicista che si elogia per la sua eccezionale capacità di fare giochi di prestigio con i suoni, ma che non si accusa mai per monotonia (è solo un'osservazione, personalmente non posso esprimermi dato che non mi stancherei mai di ascoltare i suoi synth fatati e onirici). E la sua mano ghermisce l'intro strumentale (strumentale? da quando i Coldplay fanno strumentali?) Life In Techinicolor e la sua reprise dal testo sublime The Escapist (ghost track), condite di un sample donato dall'apprendista del maestro Eno, Jon Hopkins. Sul piano logistico si potrebbe dire la canzone più impersonale di Chris e compagni, ma non mi sento di puntare il dito sull'invadenza dei produttori se i quattro baldi Coldplay si rifanno suonando tutti praticamente tutto, quasi sembra che non ci sia un ruolo definito per ogni membro, esperienza che si ripete più volte nel disco.
Le impronte Bono Vox, un pò country, le si notano in Cemeteries of London, non una colonna sonora di un film di Sergio Leone, eppure con un pizzico di spaghetti western, ma la cosa che più colpisce di questo brano, così come molti altri, è la sua straordinaria forza evocativa nonostante il sound lasci spiazzati dopo la lettura del titolo.
Stesso discorso per Lovers In Japan, anche questa è una composizione dal sapore folk, con l'incisivo drone di Eno a fare da sfondo a un pianoforte molto alla Seven Seas of Rhye dei Queen primi tempi, mescolato ad una sessione ritmica fortemente ispirata agli Arcade Fire più rock. Particolarità di quest'ultima canzone è la sua unione da economia di spazi insieme a Reign of Love, lenta e breve ballad sussurrata su di un pianoforte pizzicato morbido e terso, da atmosfera cavalleresca in pieno stile Love of My Life.
Lost! è tra il pop gospel (organo, palese il recording in una chiesa) e l'incedere a mo di coro da stadio, una coralità che risuona anche nell'orchestrale Viva la Vida, punto focale dell'album, tripudio di colori e gioiosità musicale, con un testo che esplica il motivo del quadro di Delacroix in copertina al digipack: "Revolutionaries wait/For my head on a silver plate/Just a puppet on a lonely string/Oh who would ever want to be king?"
Coralità anche in Death and All His Friends, breve brano, che sulle orme di Fix You esplode dopo un crescendo rapido e spiazzante, a cui spetta il ruolo da classica ballata "commozione istantanea" durante un live.
Non mancano gli esperimenti: 42 e Yes sono probabilmente i brani che più impersonificano la volontà di un album labile senza canoni fissi. La prima era stata preannunciata quasi come una suite progressive, invece suona come una canzone meno inflazionata con un intro ed un outro leggermente dark, che sicuramente si allontanano dalla parte centrale più rock in vecchio stile. Un'anima vintage che è più udibile dopo l'intro dei violini di Yes, un pò alla Velvet Underground candita da splendidi arrangiamenti d'archi tutti italiani (Davide Rossi al comando) dove la voce di Chris si tiene su toni bassi e suona limpida, potente, così come nell'atipico singolo Violet Hill, nonostante il riverbero che scuote tutta la canzone, tra potenti chitarre e presa di posizione di un Brian Eno che tiene le redini dell'atmosfera da sogno.
L'unico punto che può ricordare vecchie produzioni più rock della band è certamente la hidden track (nel bel mezzo del disco, in seguito a Yes) Chinese Sleep Chant, con schitarrate alla A Rush of Blood to the Head contornate dagli ormai consueti synth sognanti ed un testo essenziale, uno dei brani più d'atmosfera insieme all'episodio meglio riuscito dell'intera opera, Strawberry Swing: dolcissimo lento con ritmica country, un'eccezionale gioco di chitarra e delle altrettanto meravigliose carezzate d'archi.
No, non sono riuscito a trattenermi, in un modo o nell'altro ho dovuto descrivere tutto l'album. Si sono di parte, ma credo sia oggettivo che quest'album emerga e spicchi su molte altre produzioni del pop contemporaneo. Un lavoro completo, un disco vero, genuino, che nasce dalla voglia di mettersi in gioco, di rivoluzionare se stessi, pur riuscendo sempre a mantenere quella carica emotiva che da sempre rende i Coldplay una band capace di travolgere il cuore delle persone.
01. Life in Technicolor
02. Cemeteries of London
03. Lost!
04. 42
05. Lovers in Japan/Reign of Love
06. Yes/Chinese Sleep Chant
07. Viva la Vida
08. Violet Hill
09. Strawberry Swing
10. Death and All His Friends/The Escapist
Coldplay
Parlophone 2008
rock / pop / dream
Soldati al fronte della musica moderna. Vestiti di colore, armati di timpano, chitarra, basso e violino. Arrivano per scuotere gli animi dal piattume del mondo musicale che per la maggiore inibisce gli ascoltatori di oggi. E' una rivoluzione musicale, che parte da un punto di vista soggettivo, "noi Coldplay vogliamo rinnovarci" e si ripercuote sulle masse "voi ascoltatori ci apprezzerete dopo tale muta".E' vero.
Premetto che sì, sono di parte. I Coldplay sono i Coldplay e la mia passione per loro subisce molto difficilmente condizionamenti negativi.
Questo disco, questo nuovo disco, ricorda i Beatles, gli U2 (ovvio e inevitabile direte voi, ma non mi pare sia un demerito, anzi) tenta di prendere un pò del nuovo indie melodico che arriva dall'Inghilterra e Nord America, ma fortunatamente, sono pur sempre ancora i Coldplay.
Sono sempre loro con i colori degli anni 60, con il drone del maestro Brian Eno e con le melodie pop impeccabili alle quali ci hanno abituato fino ad oggi.
E' stato un completo sverstirsi dal rock ulteraterreno del lavoro precedente X&Y. Una muta che vira verso un pop a tratti mistico (parte delle sessioni di registrazione avvenute in una chiesa) con una forma canzone ridotta all'essenziale, se non del tutto debellata. Insomma, non la classica raccolta di brani registrati durante 6 mesi di sessions in studio. L'album è stato concepito come un progetto univoco, non un concept, ma una concentrazione di quelle che sono state le esperienze d'innovazione per la band stessa: una crescita (non di presunzione come si temeva) che si regge sui pilastri della libertà compositiva.
Viva la Vida or Death and All His Friends sembra quasi che non riesca a contenersi, che esploda nella sua ridotta durata, una tavolozza d'innumerevoli tinte che dipinge una piccola tela eccedendo nel citazionismo, senza pretese e striature sonore, brani lunghi quanto basta, flash musicali, stumentali e canti concisi. Era questo l'intento della band, piena intensità addensata in poco più di tre quarti d'ora (13 brani camuffati in 10) e non si può certo dire che non ci siano riusciti.
Eno è presente. Un musicista che si elogia per la sua eccezionale capacità di fare giochi di prestigio con i suoni, ma che non si accusa mai per monotonia (è solo un'osservazione, personalmente non posso esprimermi dato che non mi stancherei mai di ascoltare i suoi synth fatati e onirici). E la sua mano ghermisce l'intro strumentale (strumentale? da quando i Coldplay fanno strumentali?) Life In Techinicolor e la sua reprise dal testo sublime The Escapist (ghost track), condite di un sample donato dall'apprendista del maestro Eno, Jon Hopkins. Sul piano logistico si potrebbe dire la canzone più impersonale di Chris e compagni, ma non mi sento di puntare il dito sull'invadenza dei produttori se i quattro baldi Coldplay si rifanno suonando tutti praticamente tutto, quasi sembra che non ci sia un ruolo definito per ogni membro, esperienza che si ripete più volte nel disco.
Le impronte Bono Vox, un pò country, le si notano in Cemeteries of London, non una colonna sonora di un film di Sergio Leone, eppure con un pizzico di spaghetti western, ma la cosa che più colpisce di questo brano, così come molti altri, è la sua straordinaria forza evocativa nonostante il sound lasci spiazzati dopo la lettura del titolo.
Stesso discorso per Lovers In Japan, anche questa è una composizione dal sapore folk, con l'incisivo drone di Eno a fare da sfondo a un pianoforte molto alla Seven Seas of Rhye dei Queen primi tempi, mescolato ad una sessione ritmica fortemente ispirata agli Arcade Fire più rock. Particolarità di quest'ultima canzone è la sua unione da economia di spazi insieme a Reign of Love, lenta e breve ballad sussurrata su di un pianoforte pizzicato morbido e terso, da atmosfera cavalleresca in pieno stile Love of My Life.
Lost! è tra il pop gospel (organo, palese il recording in una chiesa) e l'incedere a mo di coro da stadio, una coralità che risuona anche nell'orchestrale Viva la Vida, punto focale dell'album, tripudio di colori e gioiosità musicale, con un testo che esplica il motivo del quadro di Delacroix in copertina al digipack: "Revolutionaries wait/For my head on a silver plate/Just a puppet on a lonely string/Oh who would ever want to be king?"
Coralità anche in Death and All His Friends, breve brano, che sulle orme di Fix You esplode dopo un crescendo rapido e spiazzante, a cui spetta il ruolo da classica ballata "commozione istantanea" durante un live.
Non mancano gli esperimenti: 42 e Yes sono probabilmente i brani che più impersonificano la volontà di un album labile senza canoni fissi. La prima era stata preannunciata quasi come una suite progressive, invece suona come una canzone meno inflazionata con un intro ed un outro leggermente dark, che sicuramente si allontanano dalla parte centrale più rock in vecchio stile. Un'anima vintage che è più udibile dopo l'intro dei violini di Yes, un pò alla Velvet Underground candita da splendidi arrangiamenti d'archi tutti italiani (Davide Rossi al comando) dove la voce di Chris si tiene su toni bassi e suona limpida, potente, così come nell'atipico singolo Violet Hill, nonostante il riverbero che scuote tutta la canzone, tra potenti chitarre e presa di posizione di un Brian Eno che tiene le redini dell'atmosfera da sogno.
L'unico punto che può ricordare vecchie produzioni più rock della band è certamente la hidden track (nel bel mezzo del disco, in seguito a Yes) Chinese Sleep Chant, con schitarrate alla A Rush of Blood to the Head contornate dagli ormai consueti synth sognanti ed un testo essenziale, uno dei brani più d'atmosfera insieme all'episodio meglio riuscito dell'intera opera, Strawberry Swing: dolcissimo lento con ritmica country, un'eccezionale gioco di chitarra e delle altrettanto meravigliose carezzate d'archi.
No, non sono riuscito a trattenermi, in un modo o nell'altro ho dovuto descrivere tutto l'album. Si sono di parte, ma credo sia oggettivo che quest'album emerga e spicchi su molte altre produzioni del pop contemporaneo. Un lavoro completo, un disco vero, genuino, che nasce dalla voglia di mettersi in gioco, di rivoluzionare se stessi, pur riuscendo sempre a mantenere quella carica emotiva che da sempre rende i Coldplay una band capace di travolgere il cuore delle persone.
01. Life in Technicolor
02. Cemeteries of London
03. Lost!
04. 42
05. Lovers in Japan/Reign of Love
06. Yes/Chinese Sleep Chant
07. Viva la Vida
08. Violet Hill
09. Strawberry Swing
10. Death and All His Friends/The Escapist








Alanis Morissette ritorna reinventando se stessa, stupendo il pubblico con il quinto album d'inediti Flavors of Entaglment. Potente, moderna, emotivamente carica, non per reclamare il titolo di pioniera nella rivoluzione musicale femminista, ma decisa affinché il mondo non si dimentichi di lei dopo gli insuccessi degli ultimi lavori discografici.

Alison è da sola nel suo bosco, indossa un abito cangiante. Ora è un clown ora arlecchino, ora una dama bianca tra le foglie autunnali. E' questa la prima immagine che il binomio dello splendido artwork (concepito dalla stessa Alison) / Clowns, apripista del quarto lavoro discografico dei Goldfrapp, evoca nella mente dell'ascoltatore. Straordinariamente figurativa, questa musica irradia sole caldo, morbido, che accarezza il volto insieme ad una brezza pomeridiana.
7 lunghi anni separano i Bluvertigo che suonarono nel 2001 ‘L’Assenzio’ sul palco dell’Ariston da i Bluvertigo che troviamo ora sul palco, piuttosto intimo, di MTV Storyellers (viene ribadito più volte il grande ruolo che ha avuto in questi anni la rete televisiva in qualità di ‘corresponsabile’ alla reunion come ha voluto sottolineare chiaramente Morgan).
Questo si che è un album particolare...
Dopo l'allegro e festoso album Takk... e la raccolta di brani riarrangiati Heim/Hvarf, la band islandese Sigur Rós pubblica il suo nuovo album, Með suð í eyrum við spilum endalaust (con un ronzio nelle orecchie noi suoniamo all'infinito) titolo suggestivo associato ad una cover atipica per i canoni del gruppo (foto realizzata da Ryan Mcginley).
Wikipedia c'informa che:
